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Prima ancora di salire

  • 11 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 18 mag


Non sapevo bene cosa aspettarmi.


Forse è iniziato tutto da lì: da quella piccola agitazione che arriva prima di un incontro nuovo, quando una parte di te è curiosa e l’altra prova già a immaginare tutto.


Non era il mio primissimo incontro in assoluto con i cavalli.

Da bambina li avevo già visti, avvicinati, sentiti.


Eppure questa volta aveva un sapore diverso.


Forse perché era passato tanto tempo.

Forse perché non ero più una bambina.

O forse perché, crescendo, impariamo a riempire anche le cose più semplici di pensieri, paure e aspettative.


Mentre mi avvicinavo alla scuderia, dentro di me c’era un miscuglio strano: entusiasmo, curiosità e una piccola tensione.


Mi chiedevo se sarei stata capace.

Se avrei saputo cosa fare.

Se avrei saputo gestire il momento, il corpo, l’emozione.


Nella mia testa avevo già iniziato a immaginare tutto.


Come sarebbe andata.

Cosa avrei dovuto fare.

Come mi sarei dovuta comportare.

Se sarei stata abbastanza pronta.


Fisicamente.

Mentalmente.

Forse persino emotivamente.


Poi sono arrivata.

E tutto quello che avevo immaginato ha perso importanza.


I cavalli erano lì.


Senza bisogno di fare nulla di speciale, riempivano lo spazio con una calma naturale. C’era qualcosa nel loro modo di stare, nel loro modo di guardare, che rendeva inutile tutta la mia agitazione.


Mi sono avvicinata piano.


Uno di loro ha girato il muso verso di me.

Poi un altro.


Mi hanno osservata con una dolcezza tranquilla, quasi familiare. Non era uno sguardo distante. Sembrava piuttosto una forma semplice di attenzione, come se quel momento potesse esistere senza dover essere spiegato.


E lì qualcosa dentro di me si è sciolto.


Avevo passato troppo tempo ad immaginare a qualcosa che, nella realtà, era molto più semplice e naturale di quanto pensassi.


Prima ancora di salire in sella, prima ancora di iniziare qualsiasi attività, qualcosa era già accaduto.


Non nel modo spettacolare che spesso immaginiamo.


Ma in un modo silenzioso, immediato, quasi familiare.


Mi sono sentita a mio agio accanto a loro.


E questa è stata la cosa più sorprendente.


Perché fino a pochi minuti prima pensavo di dovermi preparare, di dover essere pronta, di dover sapere come comportarmi.


Invece il primo incontro non mi ha chiesto tutto questo.


Mi ha solo portata lì.


Davanti a un essere grande, vivo, sensibile.

E allo stesso tempo incredibilmente semplice nella sua presenza.


In quel momento ho capito che il rapporto con il cavallo non può essere ridotto solo allo sport, alla tecnica o all’attività fisica.


C’è qualcosa di più profondo.

Qualcosa che viene da lontano.


Qualcosa che appartiene alla storia dell’uomo, alla terra, al movimento, alla vita condivisa.


Per secoli uomini e cavalli hanno camminato insieme.

Hanno attraversato campi, strade, guerre, viaggi, paesi, stagioni.


Forse è per questo che, quando ci si avvicina davvero a un cavallo, qualcosa dentro sembra riconoscere una memoria lontana.


Una familiarità antica.

Un’intesa che non ha bisogno di troppe parole..


Io quel giorno pensavo di andare semplicemente a vivere un’esperienza con i cavalli.


Invece il primo incontro era già iniziato prima di qualsiasi gesto importante.


Era iniziato in quel primo sguardo.

Nel mio corpo che si calmava.

Nel pensiero che, finalmente, smetteva di correre.


E forse è proprio questo che mi è rimasto di più.


Non la paura di sbagliare.

Non l’ansia di dover gestire tutto.


Ma quella sensazione dolce e inattesa di essere arrivata davanti a qualcosa che non dovevo conquistare.


Solo incontrare.


E lasciarmi sorprendere.

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