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Ci sono cavalli che si incontrano

  • 27 apr
  • Tempo di lettura: 2 min

Ci sono cavalli che si montano.

E poi ci sono cavalli che si incontrano.


La differenza non si capisce subito.


All’inizio si arriva con un’idea precisa: fare, guidare, ottenere una risposta.

Si cerca un gesto corretto, una direzione, un risultato.


È normale.

Siamo abituati a pensare che il valore di un’esperienza dipenda da ciò che riusciamo a controllare.


Con il cavallo, però, questa logica si incrina.


A un certo punto diventa chiaro che il punto non è più “riuscire”.

Il punto è accorgersi.


Accorgersi di come entriamo nello spazio.

Di quanto stringiamo.

Di quanto anticipiamo.

Di quanto pretendiamo che qualcosa accada nel momento in cui lo vogliamo noi.


Il cavallo non appartiene a questa fretta.

Non entra nella nostra idea di possesso.

Non diventa davvero “nostro” solo perché lo tocchiamo, lo montiamo o lo chiamiamo per nome.


Rimane altro da noi.


Ed è proprio questo a renderlo così prezioso.


Ogni incontro diventa allora una soglia:

tra ciò che vorremmo controllare

e ciò che siamo disposti a lasciare accadere.


Qualcosa si sposta.


Non fuori.

Dentro.


Cambia il modo in cui ci avviciniamo.

Il modo in cui restiamo.

Il modo in cui accettiamo che l’altro non sia una proiezione del nostro desiderio, ma una presenza viva, libera, indipendente.


In un tempo in cui spesso vogliamo possedere esperienze, risultati e perfino legami,

il cavallo ci riporta a una verità più semplice:

non tutto ciò che conta può essere preso.


Alcune cose possono solo essere incontrate.


E quando accade davvero, non si esce uguali.


Non perché il cavallo ci abbia cambiati.

Ma perché, per un istante, ha reso visibile qualcosa che stavamo trattenendo.


Un gesto.

Un’intenzione.

Un bisogno di controllo.


E forse, proprio lì, abbiamo capito cosa potevamo finalmente lasciare andare.

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